venerdì 19 agosto 2011

IL CASO BENVENISTE: Rivelazioni, Restroscena e Discussione

"Apri la Tua Mente" è un modo carino per dire:
"Solo un Idiota Non Sarebbe d'Accordo Con Me"
L’analisi del caso Benveniste, ossia della ricerca che condusse all’ipotesi della memoria dell’acqua, ci permette di capire in cosa sia consistita e perché sia stata ordita una frode di così grandi dimensioni, rendendoci conto delle ragioni che, a quindici anni di distanza, rendono l’affaire ancora di attualità. La discussione di questa vicenda ci offre anche l’opportunità di proporre alla riflessione e al dibattito un tema di importanza epocale, quale la contaminazione, sotto la spinta di interessi economici, della medicina scientifica con pratiche anacronistiche.

Il fatto. Il 30 giugno 1988 l’autorevole rivista britannica Nature pubblicò un articolo dal titolo Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE (333, 816-818), firmato da tredici autori[1]. Il gruppo di lavoro era coordinato dal biochimico francese Jacques Benveniste, professore presso l’Università di Parigi-Sud, direttore dell’Unité 200 dell’Institut National de la Santé e de la Recherche Médicale (INSERM) di Parigi. Gli altri istituti di provenienza dei ricercatori erano il Dipartimento di Zoologia dell’Università di Toronto in Canada, l’omologo istituto dell’Università di Gerusalemme, la facoltà medica dell’Università di Milano dalla quale provenivano due medici in servizio presso l’Ospedale Maggiore del capoluogo lombardo, in seguito dissociatisi dalle ipotesi sostenute dai principali autori. Fra questi ebbero un ruolo preminente Elizabeth Davenas e Bernard Poitevin.
Il lavoro sembrava dimostrare che la diluizione in acqua di un antisiero, spinta molto oltre la totale scomparsa di ogni sua molecola, fosse ancora in grado di produrre il suo effetto fisiologico di degranulazione dei granulociti basofili. Questo sorprendente risultato induceva gli autori ad ipotizzare che l’acqua sia in grado di trattenere impronte infinitesimali delle molecole con cui viene a contatto[2].
La ratio e la procedura di questo studio sono molto semplici, per cui sarà sufficiente una breve esposizione concettuale e tecnica per proseguire con cognizione di causa il nostro approfondimento.

La ricerca. Il lavoro apparteneva all’area dell’Immunologia e sfruttava le competenze di Benveniste sui meccanismi molecolari dell’allergia.
I fenomeni allergici sono caratterizzati dalla produzione di anticorpi capaci di reazione immediata, le immunoglobuline E (IgE) e dalla liberazione di varie sostanze, fra cui l’istamina, responsabili delle manifestazioni cutanee e dell’asma. L’istamina viene rilasciata da globuli bianchi che, per le loro caratteristiche chimico-tintoriali, sono detti granulociti basofili o semplicemente basofili. La degranulazione dei basofili non è altro che il rilascio di granuli contenenti istamina, fenomeno che può facilmente essere studiato mediante la colorazione con un composto colorante chiamato blu di toluidina. La degranulazione dei basofili può essere indotta artificialmente impiegando un siero anti-IgE. In condizioni normali il blu di toluidina reagisce con l’istamina producendo una tinta rossa che colora intensamente i basofili. Se i granuli contenenti istamina sono stati tutti rilasciati il basofilo, completamente degranulato, non si colora più. Si comprende, pertanto, come il metodo della colorazione con blu di toluidina si possa impiegare per testare l’effetto del siero anti-IgE: l’efficacia della sua azione coincide con la scomparsa al microscopio delle macchioline rosse che corrispondono alle cellule basofile.
La particolarità di questo progetto dell’INSERM consisteva nel fatto che il fenomeno della degranulazione causata dal siero anti-IgE veniva impiegato per testare la possibilità che il siero diluito oltre 120 volte potesse ancora produrre i suoi effetti: un’ipotesi priva di fondamento scientifico, anzi in contrasto con le più elementari conoscenze di chimica e fisica, vediamo perché.

La Legge di Avogadro. E’ una di quelle chiavi di volta su cui si fonda sia una parte della concezione scientifica della materia, sia i più umili calcoli di una minuta pratica di laboratorio. La Legge di Avogadro[3], inizialmente concepita per i gas e, poi, come tutte le leggi dei gas estesa alle soluzioni, enuncia: Volumi uguali nelle stesse condizioni di temperatura e di pressione contengono lo stesso numero di molecole. Stabilendo per la prima volta un rapporto fra numero di molecole e volume, la legge ci consente di definire quante molecole di una sostanza sono presenti in un dato volume di gas o di acqua. Il numero fisso di molecole per centimetro cubico è pari a 6,025 x 1023 e prende il nome di Numero di Avogadro.
Diluendo in 100 millilitri (o c.c.) il nostro siero varie volte, alla 13a diluizione abbiamo la certezza che non c’è più neanche una molecola: calcolare per credere!
E’ lecito chiedersi perché un team di ricercatori che ha superato da tempo l’età delle prime lezioni di chimica chieda ed ottenga finanziamenti per testare un siero che travaserà[4] per 120 volte in 100 ml d’acqua fino alla paradossale concentrazione di 10-120 M? Se si è al corrente della enorme mole di progetti di ricerca seri, fondati e referenziati che ogni anno rimangono inattuati per mancanza di fondi, è facile dirigere i sospetti verso interessi estranei alla comunità scientifica[5].

La pubblicazione. La pubblicazione su una rivista scientifica, come è noto, segue tutt’altri criteri rispetto all’editoria giornalistica; si tratta infatti di un atto di comunicazione alla comunità scientifica internazionale di risultati di assoluto rilievo di ricerche condotte nel più rigoroso rispetto del metodo sperimentale, previo accurato esame e giudizio di merito da parte di una commissione di referees che nel caso di Nature include sempre i maggiori esperti del settore, frequentemente insigniti del premio Nobel. Non sorprende, perciò, che l’apparire di un simile articolo destasse stupore e sollevasse le più indignate proteste da parte di molti ricercatori e responsabili di istituti scientifici. Lo stesso direttore della rivista, John Maddox, fu oggetto di attacchi molto duri “per aver pubblicato idiozie del genere e per aver con ciò dato credito ad idee a dir poco dubbie.”[6] Il rigore formale con cui era stata condotta una parte di quello studio non avrebbe dovuto impedire ai referees e al direttore, garante della loro serietà e tutore del prestigio della rivista, di rendersi conto dell’infondatezza dell’ipotesi testata e dell’improponibilità di una procedura fondata su preconcetti magici quali un’azione molecolare prodotta in assenza di molecole o lo sprigionarsi di una “forza vitale” grazie allo scuotimento dell’acqua. Si chiedeva al direttore di scusarsi per un errore così grave e di dimettersi per non compromettere la reputazione della rivista. “La sua risposta fu che la pubblicazione e la critica che sarebbe seguita da parte della comunità scientifica, avrebbero messo a tacere le proteste dei fautori dell’omeopatia secondo i quali gli esperimenti omeopatici non avevano mai trovato spazio nelle riviste scientifiche per via dei pregiudizi nei loro confronti, pregiudizi nati a causa della resistenza della comunità scientifica a prenderli sul serio.”[7]
Ad onor del vero, si deve ricordare che John Maddox aveva accompagnato l’articolo con una nota dal titolo “Quando credere all’incredibile”[8], in cui precisava che il fenomeno descritto non aveva ancora trovato una spiegazione scientifica ed invitava i lettori a non emettere giudizi fino a quando una commissione di esperti non avesse assistito alla ripetizione degli esperimenti e ne avesse controllato rigorosamente i risultati. 

La commissione di indagine presieduta da Maddox. L’indagine sulla ricerca condotta presso i laboratori parigini sembrava, perciò, già programmata quando si era decisa la pubblicazione e, probabilmente, anche il nome del presidente della commissione che avrebbe effettuato i controlli e le ispezioni era dato per certo. John Maddox, nato nel 1925, aveva studiato Fisica ottenendo anche degli incarichi di insegnamento presso il Dipartimento di Fisica Teorica dell’Università di Manchester. Sebbene godesse di ottima fama, veniva guardato con sospetto da una parte della comunità scientifica perché aveva un curriculum da giornalista e non da accademico o da ricercatore. Aveva lavorato, infatti, al Manchester Guardian per 10 anni come giornalista scientifico. Era già stato direttore di Nature, dal 1966 al 1973, quando nel 1980 riassunse l’incarico[9]. Probabilmente coloro che avrebbero voluto uno scienziato di provato valore a dirigere la più prestigiosa impresa editoriale nel campo delle scienze naturali e biomediche, vedevano in questo episodio la conferma dei loro dubbi sull’opportunità di lasciare su una poltrona così importante qualcuno che non ritenevano sufficientemente preparato. Maddox si rendeva conto che presiedere la commissione sul “caso Benveniste” equivaleva a sottoporsi ad un esame di idoneità cui non poteva sottrarsi, pena le dimissioni dall’incarico.
Sapendo di non potersi permettere di fallire e che l’esito peggiore dell’indagine sarebbe stato non riuscire a svelare il mistero di quei risultati che andavano contro ogni logica e conoscenza scientifica, Maddox mise la massima cura nella selezione dei commissari che lo avrebbero affiancato nel delicato compito. La scelta cadde su uno studioso pratico di tecniche di laboratorio, che conosceva a fondo la realtà della ricerca per esserne un protagonista e, soprattutto, era specializzato nel riconoscimento di errori tecnici e frodi nella ricerca biomedica di base, ossia Walter W. Stewart; e sul maggior esperto in trucchi e tecniche illusionistiche, James Randi.
Quest’ultimo, a differenza di quanto talvolta si legge, non è un illusionista ma uno studioso che ha dedicato gran parte della propria vita a smascherare guaritori, truffatori, parapsicologi, persone che si dichiaravano in possesso di poteri paranormali, ecc. Per far questo ha imparato una grande quantità di tecniche che richiedono lunghi e complessi addestramenti, così che in un programma televisivo che lo ha reso famoso era in grado di mostrare egli stesso i trucchi dei presunti maghi[10].
Il sopralluogo. La commissione, giunta nel laboratorio dell’INSERM, fece richiesta di ripetere gli esperimenti limitandosi ad assistere e riservandosi di partecipare in una fase successiva. Sarebbero rimasti a Parigi una settimana, ma le impressioni iniziali fecero loro dubitare che ne sarebbero venuti a capo tanto presto.
Gli esperimenti ripetuti dai collaboratori di Benveniste riuscirono perfettamente, anche se alcune cose apparivano strane. Ad esempio la registrazione dei dati era affidata sempre alla stessa ricercatrice, la quale li annotava su un quaderno di laboratorio. Si trattava della prima firmataria dell’articolo: Elizabeth Davenas. Le pagine del quaderno erano numerate come quelle di un libro contabile, per cui in teoria non vi poteva essere una grossolana manomissione come l’aggiunta o l’eliminazione di una pagina. A James Randi non era sfuggito, però, che la Davenas annotava i dati a matita e portava il quaderno a casa, dove avrebbe provveduto a riscriverli con inchiostro indelebile. Inoltre rilevarono che la conta dei basofili degranulati non era delegata solo alla Davenas, ma ella soltanto aveva riscontrato i dati favorevoli all’ipotesi che l’acqua “ricordasse” gli anticorpi anti-IgE. Prese corpo il sospetto che non si trattasse di un errore, ma di una frode astutamente architettata, così che si decise di intervenire secondo un metodo suggerito da Randi, ossia impiegando una procedura estremamente efficace per prevenire la manomissione fraudolenta.

Il “Metodo Randi”. Le provette contenenti il siero diluito furono fatte etichettare dalla Davenas e l’intera procedura fu videoregistrata, dando alla maggiore indiziata la certezza di sapere in quali provette fosse il siero ancora attivo, in quali quello troppo diluito per poter degranulare i basofili e in quali acqua pura.
Quando la ricercatrice andò via, nella stanza del laboratorio in cui aveva lasciato le provette, Stewart, Randi e Maddox, dopo aver oscurato le finestre ed essersi accertati che non vi fossero telecamere o microfoni dei ricercatori, accesero di nuovo la loro videocamera per registrare quanto si apprestavano a fare.
Tolsero le etichette e le sostituirono con delle altre, numerate secondo un codice casuale inventato al momento e annotato su un foglio di carta. In questo modo, se la frode consisteva nel contaminare di nascosto le provette che contenevano di fatto solo acqua con siero degranulante, questa operazione sarebbe risultata oltremodo difficile, perché non era più possibile sapere quali provette manomettere. Per essere certi che il codice delle etichette, necessario per proseguire l’esperimento il giorno dopo, non fosse accessibile, il pezzo di carta su cui era scritto fu avvolto in un foglio di alluminio, ripiegato e custodito in una busta sigillata con un particolare tipo di adesivo che avrebbe consentito il facile rilievo delle impronte digitali di chi avesse tentato di aprirla. La busta fu attaccata al soffitto del laboratorio. A questo punto il team composto dai ricercatori e dai membri della commissione poteva lavorare, come si usa dire nel gergo della ricerca, in cieco. Cioè nel cimentare i basofili con le soluzioni si andava alla cieca, non sapendo quando si stessero impiegando le diluizioni contenenti anticorpi e quando acqua senza tracce di siero. Aggiunto il blu di toluidina, a fine giornata tutti andarono via, solo James Randi si attardò un po’ e, non visto, tracciò dei segni sul pavimento per marcare la posizione della scala che era stata impiegata per attaccare la busta al soffitto.
James Randi riferisce che il giorno dopo, quando andarono in laboratorio per effettuare la conta dei basofili colorati di rosso, Elizabeth Davenas e gli altri ricercatori sembravano tesi e preoccupati, mentre Benveniste era di buon umore ed ostentava grande sicurezza, al punto di aver convocato i fotografi ed ordinato lo champagne. Questo atteggiamento, se si escludono doti di recitazione degne di un attore professionista, faceva propendere per la buona fede del direttore dell’Unità 200.
Estratti i codici dalla busta si procedette alla conta e, con questa, si rovinò la festa a Benveniste: le diluizioni omeopatiche non producevano alcun effetto, ovvero l’acqua non rivelava alcuna proprietà magica come il ricordo e la creazione del fantasma di milioni di molecole.
Il risultato era così nettamente evidente da non concedere alibi come quello invocato dagli indagati, ossia di un errore nella realizzazione del campione statistico. Trilussa diceva: “La statistica è quella cosa che se tu hai mangiato due polli ed io nessuno, abbiamo mangiato un pollo a testa”, ma se i polli mancano del tutto -anche in senso metaforico- c’è poco da invocare la statistica: si rimane tutti a bocca asciutta. A quel punto la frode era stata evidenziata senza ombra di dubbio. La busta che custodiva il foglio avvolto nell’alluminio su cui erano scritti i codici delle provette, recava lievi segni dovuti ad un tentativo di effrazione con un oggetto appuntito e, d’altra parte, Randi nell’entrare in laboratorio aveva notato la scala spostata dalla posizione in cui l’aveva lasciata la sera prima; spostamento reso maggiormente evidente dai segni che aveva tracciato sul pavimento. Si riteneva che le chiavi del laboratorio le avesse solo Benveniste ma, in assenza di dati certi al riguardo, ogni illazione è lecita.
Il risultato dell’accertamento premiò più di ogni altro John Maddox, che da tutta la vicenda ottenne un consolidamento della stima di cui godeva presso lo staff della rivista da lui diretta[11] ed una riabilitazione agli occhi dei suoi detrattori. La sua linea di condotta era apparsa saggia oltre che vincente in quanto, prima la sua rispettosa tolleranza, interpretando quello spirito liberal-democratico tanto caro alla cultura britannica, aveva consentito la pubblicazione del lavoro e, dopo, da vero paladino della scienza aveva condotto la squadra di esperti che, attraverso la verifica empirico-logica, aveva ristabilito la verità[12].
Era davvero importante una risposta chiara ed autorevole al clamore ed al risalto con il quale i mezzi di comunicazione di massa avevano diffuso ed amplificato la notizia della “eccezionale scoperta”, seguendo il vecchio adagio giornalistico secondo cui un cane che morde l’uomo non è una notizia, ma se un uomo ha morso un cane gli si dovrà dare il massimo rilievo possibile. Si giunse perfino ad intervistare vari premi Nobel per conoscerne l’ovvio e scontato parere, che avrebbe aumentato l’attenzione e l’interesse per il servizio televisivo o radiofonico, così come per l’articolo del quotidiano: in Italia si diede il microfono a Rita Levi Montalcini, in Francia a Daniel Bover.
Per la verità nessuno scienziato degno di questo nome aveva preso sul serio i risultati e l’interpretazione di Davenas e collaboratori, infatti al riguardo Skrabanek e Mc Cormick osservano che la grossolanità della pretesa è di quelle che presuppongono una crassa ignoranza in termini di cultura generale e consapevolezza della realtà su cui si reggono i valori empirici della scienza: “Le conseguenze per la fisica sarebbero state più profonde di quelle che ebbe la scoperta che la terra è sferica. La scienza, così come la conosciamo, avrebbe dovuto essere cancellata e riscritta da capo.”[13]
Ma la commissione di Nature non fu l’unica a sottoporre ad esame l’ipotesi della memoria dell’acqua. Sono poche le fonti che riportano di una sperimentazione molto seria che verificava il lavoro dell’équipe di Benveniste. Lo studio fu promosso da Science et vie, rivista francese di divulgazione scientifica il cui prestigio è legato ad un attivo impegno a tutela della salute dei cittadini. I redattori della rivista ritennero un proprio dovere morale partecipare all’accertamento della verità, anche in considerazione del fatto che in Francia, in quel periodo, un medico su quattro prescriveva rimedi omeopatici.
La ricerca promossa da Science et vie fu condotta quello stesso anno presso il laboratorio allergologico del Rothschild Hospital di Parigi: in nessuna delle prove fu mai possibile assistere ad un fenomeno che desse adito a qualche dubbio. Un articolo pubblicato su Scientist, fornendo un ottimo resoconto della ricerca, stigmatizzava l’amplificazione da parte del sistema di comunicazione di massa, affermando che gli scienziati francesi avevano poco da dire, laddove la stampa francese diceva davvero troppo[14].
A coloro che si rivolgono in fiduciosa buona fede all’omeopatia giova ricordare che uno dei maggiori omeopati del mondo, tenace sostenitore di un’omeopatia -a suo dire- “scientifica”, David Reilly, subito dopo l’annuncio dei risultati di Davenas e soci ebbe a dire: “Se la cosa si dimostra priva di fondamento avremo dimostrato che l’omeopatia è uno dei più grandi incidenti di percorso della scienza medica, una follia di tali proporzioni da meritare uno studio a parte.”[15]
La dimostrazione che si trattava di una frode dovrebbe indurre gli omeopati in buona fede, così come i pazienti, a seguire Reilly e ad abbandonare questa follia.

L’accertamento della commissione e la verifica indipendente del laboratorio allergologico francese, erano più che sufficienti perché nel mondo scientifico si considerasse l’affaire Benveniste un “caso chiuso”. Si deve osservare, però, che quanto era emerso durante il controllo non avrebbe lasciato indifferente un magistrato, una corte di giustizia o anche un semplice cittadino che non accetta di essere truffato. Molti interrogativi, che andavano dal perché di quella strana ricerca a chi l’avesse finanziata e a come si fosse giunti alla vera e propria frode dei risultati falsi, sembravano trovare risposta nelle vicende passate e presenti dell’équipe dell’INSERM.

 Retroscena e rivelazioni. Scoppiato lo scandalo presso il laboratorio dell’Unità 200, dopo la dissociazione dei due Italiani, un altro firmatario dell’articolo, Pierre Belon, prima prese le distanze dalla ricerca e, poi, ruppe i rapporti con Benveniste. La situazione diveniva ogni giorno più difficile, fino a quando Philippe Lazar, direttore generale dell’INSERM, minacciò il licenziamento dell’intera équipe. La crisi del gruppo di ricerca dovuta allo smascheramento da parte della commissione di Nature, ci riporta al quesito che ci siamo posti nel paragrafo sulla legge di Avogadro e che si può sintetizzare così: perché mai quegli esperimenti e chi li ha finanziati?
Rosario Brancato e Maurizio Pandolfi, due medici oculisti, docenti universitari rispettivamente al San Raffaele di Milano e all’Università di Lund in Svezia, si sono occupati della vicenda in un loro peraltro piacevole e brillante saggio recente[16] in cui, però, riflettono ingenuamente quanto gli autori del “piano” volevano si credesse: “Ci si può chiedere se gli autori avessero un qualche contatto con l’omeopatia. Benveniste no ma altri due erano medici omeopatici, una circostanza che tinse di sospetto lo scetticismo di molti.”[17]
Brancato e Pandolfi si sbagliano di grosso, se così non fosse bisognerebbe spiegare in che modo Benveniste si sarebbe convinto a testare le funzioni dell’acqua diluita nell’acqua e, a sua volta, come avrebbe convinto il Ministero a finanziarlo. Ma le cose non stavano così. La chiave di volta per comprendere l’origine del progetto ed i ruoli dei singoli si chiama Bernard Poitevin.
Poitevin, che abbiamo citato fra i membri del gruppo di ricerca, era medico. Laureatosi a Nantes nel 1978, fu estraneo a pratiche terapeutiche non scientifiche fino a quando suo padre adottivo fu curato con l’omeopatia, circostanza che gli consentì di conoscere questo complesso ed antico modo di sfruttare l’effetto placebo, camuffandolo sotto le spoglie di una fantomatica energia che si sprigionerebbe dalla diluizione accompagnata a scuotimento di sostanze che in congrue quantità sarebbero responsabili dei sintomi che si vogliono curare. Poitevin fiutò l’affare costituito dalla legittimazione di queste pratiche che, anche in virtù della crescente sfiducia verso un sistema sanitario sempre più compromesso con interessi ed opportunismi politici, sembrava avere buone possibilità di affermazione. Il primo passo lo compì nel 1980 ottenendo la tesi di dottorato in immunologia presso il laboratorio di Benveniste. Il campo immunologico che allora, più di oggi, si presentava come un’area vasta e largamente insondata di fenomeni spesso capricciosi ed inspiegabili, gli parve l’anello di congiunzione ideale fra l’omeopatia e la scienza. Il passo successivo fu presentare Michel Aubin, direttore scientifico dei Laboratoires Homéopathiques de France (LHF), una casa farmaceutica omeopatica, a Benveniste. L’incontro è cruciale perché comporta la “conversione” all’omeopatia del direttore dell’Unità 200. Nel 1982 Benveniste firma con Aubin un contratto per studiare l’attività dei prodotti omeopatici nei meccanismi dell’allergia. In altre parole il laboratorio viene finanziato per la prima volta dall’industria omeopatica per lavorare su suoi progetti. Non è noto quale sia stato, in quel periodo, il primum movens che ha attratto su quel sodalizio l’attenzione della maggiore delle industrie produttrici di rimedi omeopatici in Francia, la Boiron. Fatto sta che nel 1983 Benveniste, dopo aver rinnovato per altri due anni il contratto con la LHF di Aubin, firma un contratto anche con la Boiron.
 Poitevin diviene consigliere scientifico della LHF e, in questa qualità, svolge la funzione di supervisore nel laboratorio di Benveniste, coadiuvato da Beatrice Descours, che lavora in qualità di tecnico di laboratorio per la Boiron. Alla fine del 1983, per motivi poco chiari, la Descours si dimette ed al suo posto è assunta Elizabeth Davenas. Da notare che fin dall’inizio la Davenas ha lavorato presso il laboratorio dell’Unità 200 con lo stipendio pagato dalla Boiron.
Conosciuti questi fatti, il quadro d’insieme è molto più chiaro. La decisione di realizzare questo “geniale” progetto di ricerca spetta ad un nucleo di omeopati che da anni lavora a tutti gli effetti per l’industria omeopatica, anche se utilizza in parte una struttura e dei fondi pubblici.
Durante il 1988, qualche mese prima della pubblicazione su Nature, la Boiron acquistò la LHF, diventando così l’unica finanziatrice dei progetti di ricerca di Benveniste. Le due industrie di rimedi omeopatici fra il 1982 e il 1986 investirono tra i duecentomila ed i trecentomila franchi l’anno, nel 1987 e nel 1988 circa ottocentomila l’anno, il 1989 un milione di franchi. Complessivamente il sostegno all’Unità 200, fino alla pubblicazione dell’articolo, si stima intorno ai quattro milioni di franchi.
Dunque, la “memoria dell’acqua” è frutto di un piano architettato e finanziato dall’industria omeopatica per guadagnare una patente di scientificità ai propri prodotti, allo scopo di conquistare quote sempre più estese di mercato grazie alla persuasione dei medici. Non stupisce, perciò, che il piano prevedesse anche un escamotage per evitare l’incriminazione per truffa.
I ricercatori dell’Unità 200 erano ben consapevoli del fatto che la ripetizione degli esperimenti in laboratori indipendenti avrebbe presto dimostrato l’impossibilità di ottenere i loro incredibili risultati, così introdussero nel loro lavoro un errore di campionatura statistica. L’intento era quello di scaricare su quell’errore la responsabilità dei dati ottenuti, per poter dichiarare la propria buona fede. Se un simile trucco poteva aver presa nel corso di un processo su una corte ben disposta, non aveva certo possibilità di sviare la comunità scientifica. A tale proposito si può osservare, visto che si intendeva ingannare i medici oltre che i comuni cittadini, che Benveniste e soci puntavano sull’ignoranza dei clinici francesi in materia di statistica. E non erano i soli, considerato che la direzione generale dell’INSERM per salvare la reputazione dell’istituzione, incaricò il direttore dell’Unità 292, Alfred Spira, uno statistico, di ripetere gli esperimenti cercando di dimostrare che con l’errore di campionatura fosse possibile ottenere i risultati di Benveniste. Ovviamente le prove sperimentali ebbero ancora una volta esito negativo, ma Spira riuscì, se non altro, ad allontanare l’attenzione dal problema vero.
 Il prestigio dell’Istituto sembrava comunque compromesso, tanto che Philippe Lazar voleva che Benveniste andasse via o, per lo meno, fece in modo che si sapesse di questa sua volontà; accettò, invece, di confermarlo nell’incarico per altri quattro anni, ossia fino a scadenza del mandato nel 1992, a patto che la Davenas -ritenuta da tutti la vera responsabile della frode- fosse allontanata[18].
Discussione. Uno dei motivi che ci ha spinto a studiare il caso Benveniste e a proporre in uno scritto una sintesi dei fatti noti e delle nostre riflessioni è che l’accertamento della verità che condusse alla soluzione di quel caso e, conseguentemente, a porre la parola fine ad ogni disputa sul  presunto fondamento scientifico dell’omeopatia, oggi sembra essere del tutto ignorato.
L’esemplarità del caso aveva un enorme valore, perché dimostrava che l’unica volta, in assoluto, che si registrava un fenomeno rilevato scientificamente che obbedisse al dogma omeopatico, si era in presenza di una truffa. Purtroppo, se si eccettuano gli operatori in buona fede, ciò che la quotidiana esperienza ci propone ad un livello un po’ più alto e generale della realtà del singolo che vende o somministra prodotti omeopatici, è molto chiaro. Da una parte c’è chi sostiene in forma propagandistica delle pratiche e delle convinzioni “quotate in borsa” indipendentemente dalla loro veridicità, e ritiene parte di quest’attività insabbiare, depistare e confondere. Dall’altra c’è chi è scientificamente preparato ed in grado di rilevare e smascherare le imposture, ma teme di esporsi a querele od attacchi personali di chi è organizzato per tutelare e difendere un interesse economico. Questa condizione lascia la verità senza avvocati. In una società che tende alla parità “democratica” fra il vero e il falso, il torto e la ragione o la magia e la scienza, purché abbiano sostegno finanziario, confondere le idee attraverso varie forme di comunicazione è un primo passo per la conquista sia dell’opinione della maggioranza, sia di quella di operatori sanitari carenti in formazione scientifica, ideale target di mercato dei manovratori occulti dell’industria delle cosiddette “medicine alternative”.
Un quadro confuso crea dubbi ed incertezze nel riconoscimento di un valore o di un senso, giovando soltanto al falso che, in quel marasma, è messo sullo stesso piano del vero. In questa cornice si inquadra il libro del giornalista Michel de Pracontal Les mystères de la mémoire de l’eau[19], così come le riedizioni abusive o le fotocopie dell’articolo originale pubblicato su Nature; operazioni che hanno buon gioco perché l’INSERM non ha alcun interesse a tornare sulla vicenda, sperando che si dimentichi il coinvolgimento dell’istituzione, lasciando i propagandisti unica voce al riguardo.
Vale la pena soffermarsi brevemente su alcune caratteristiche del sapere scientifico che troppo spesso si danno per note ed acquisite ma, se così fosse, non dovremmo avere “medici omeopatici”.
La scienza non fornisce verità assolute, ma un vero relativo ad un metodo, cioè una oggettività riproducibile, la cui utilità è data dalla possibilità di conoscere le condizioni in cui l’oggetto/evento/fenomeno esiste. Tutti, dotati degli strumenti, possono riprodurre quel vero. La Matematica, fondamento universale del sapere scientifico, si basa sulla coerenza interna dei suoi  sistemi logici; la Fisica, la Chimica e tutte le discipline sperimentali da queste derivate, si basano sulla verifica empirica di ipotesi sviluppate nell’ambito di conoscenze pregresse seguendo una coerenza logica sulla falsariga di quella matematica. E’ il caso tipico della ricerca biomedica di base (biochimica, genetica, biologia molecolare, patologia molecolare, immunologia, ecc.) in cui l’esperimento consente di mettere alla prova un’ipotesi in una forma oggettiva e ripetibile, riscontrando il risultato con i sensi[20]. I grandi progressi che le discipline scientifiche hanno consegnato alle società moderne si basano in gran parte sulla regola della ripetibilità dei risultati in laboratori diversi e concorrenti. Il concorrente agisce da severo giudice perché ha tutto l’interesse a dimostrare l’errore dell’altro, così come ha interesse a riconoscere il vero ed il giusto nell’altro, perché ciò gli consentirà di essere secondo e non ultimo nella competizione generale. Questo non vuol dire che il sistema della scienza sia un sistema perfetto, tutt’altro, ma questa è senz’altro la parte migliore e, probabilmente, uno dei migliori sistemi di garanzia di successo che le imprese del sapere umano abbiano mai concepito.
Questa sintetica caratterizzazione ci consente di definire un punto fondamentale per la nostra discussione, cioè che il vero scientifico è sempre il risultato di un processo di conoscenza empirica e critica che si basa a sua volta su altri risultati ottenuti sempre, come si è soliti dire, per tentativo ed errore, imparando da codesti errori. Alcuni risultati della ricerca vengono generalizzati come procedure di laboratorio, ottenendo ogni volta che li si impiega, ovvero migliaia di volte in tutto il mondo, verifica sperimentale. Al contrario, saperi come quelli di molte “medicine alternative” e dell’omeopatia, sono caratterizzati dal fondarsi su dogmi indimostrati che si considerano veri fino a prova del contrario. Questa è la ratio delle verità rivelate tipica del sapere religioso, che si colloca in tutt’altra sfera rispetto all’umile conoscenza empirica della materia e dei suoi fenomeni, anche ammesso che vi sia una divinità degna di fede che abbia rivelato agli uomini i principi dell’omeopatia. Come ci insegna l’Antropologia, la ratio di questi saperi proviene da epoche in cui lo studio empirico della realtà era impossibile per mancanza di mezzi adeguati.
Molti omeopati spiegano agli scettici che l’omeopatia cura i sintomi non le malattie, ma in genere non ne conoscono il motivo. Se lo conoscessero, saprebbero anche che quella pratica non è compatibile con la medicina scientifica e nemmeno con le più elementari nozioni di patologia note da secoli. Infatti, un assunto di base della teoria omeopatica è che quasi tutte le malattie abbiano la stessa patogenesi. L’omeopatia moderna fu concepita nel 1800 da Samuel Hahnemann come variante dell’arcaica Magia Simpatetica, dalla quale trae la teoria: “Tutte le malattie tranne le sicosi[21] e la sifilide sono causate da un miasma di psoriasi”[22]. Quella magia non conosce la struttura atomica e molecolare della materia inorganica ed organica e, pertanto, suppone che in ogni cosa, sia esso un sasso che un organismo vegetale o animale, vi sia un’essenza sui generis. Coerentemente con questa idea primitiva, molto diffusa nel pensiero arcaico, l’omeopatia suppone l’esistenza di proprietà legate a questa “essenza”.
Un omeopata tedesco partendo da due proprietà che l’omeopatia attribuisce al peperoncino, ossia quella di conferire colore rosso acceso alle guance e stimolare la nostalgia di casa, nel 1983 propose su rivista considerata autorevole nella sua realtà culturale, una terapia a base di peperoncino alle solite “diluizioni” per gli 11 milioni di lavoratori stranieri residenti nell’Europa occidentale[23]. Se si pensa all’ortaggio in questione come ad un vegetale dal quale estrarre principi attivi, ossia si ragiona in termini molecolari, non se ne giustifica l’impiego particolare se lo si diluisce ben oltre la scomparsa di ogni traccia. Si deve invece tener conto dell’essenza. In altre parole nel peperoncino c’è una qualità intrinseca che definisce le sue caratteristiche e le sue proprietà, incluse quelle in grado di produrre effetti nell’uomo (sintomi) che è propria dell’essere peperoncino e non carota. Questa qualità obbedisce ad una proprietà[24], ovvero quella di determinare effetti opposti se data in concentrazioni negative. Quest’ultimo concetto, che resterebbe poco chiaro qualora si tentasse di spiegarlo in termini logici, si comprende bene alla luce del meccanismo magico di “annullamento”: un’azione inversa rispetto a quella che ha prodotto un determinato effetto produce l’effetto inverso, annullando il precedente.[25]
L’omeopatia, rispetto ad altri tipi di terapie non scientifiche o “medicine alternative”, costituisce un caso molto speciale, soprattutto perché ha creato una sua industria “farmaceutica” con un budget che le conferisce un importante peso economico, ma anche perché è sponsorizzata dalla famiglia reale inglese, in grado di influenzare in tutto il mondo ambienti a loro volta influenti.
Proprio in Inghilterra, il rettore ed il preside della facoltà inglese di omeopatia mentre si ergevano a garanti del sapere affermando in un discorso l’importante funzione dell’istituzione da essi rappresentata per evitare che “alcuni medici con una cattiva preparazione e non qualificati possano prosperare e sostenere teorie folli”[26], si rendevano protagonisti delle più assurde prescrizioni. Il rettore, ad esempio, prescriveva “alle ragazze vittime di una delusione amorosa e alle donne che non sono mai riuscite a sfogarsi con le lacrime […] affinché si sciolgano, sali da cucina a diluizioni tali che è improbabile trovarne una molecola in un’intera botte”[27]. Ovviamente il razionale terapeutico è dato dal fatto che le lacrime sono salate.
E’ evidente che uno studente della facoltà di Medicina che abbia compreso anche solo i concetti salienti delle materie di studio del primo anno di corso non può accettare roba come la patogenesi universale dovuta al miasma di psoriasi, la capacità del peperoncino di agire sul cervello determinando nientemeno che la nostalgia di casa o l’importanza del sapore delle lacrime per una terapia farmacologica della delusione d’amore a base d’acqua che “si ricorda del sale” che ha incontrato. Allora come si spiega l’alto numero di medici laureati in Francia, Inghilterra, Germania e Italia che associa queste pratiche alla medicina scientifica?
Non ci attarderemo oltre sul concetto di dinamizzazione che conferisce energia vitale attraverso lo scuotimento, eccetto che per rilevare che rientra nel quadro del paradosso di inversione che caratterizza la “diluizione”: più si diluisce più, scotendo, aumenta la “potenza” della pozione magica. A tutto il sapere omeopatico si può applicare lo stesso aggettivo: arcaico.
Ma, se si pensa al concetto omeopatico di diluizione che, come già si è rilevato, diluizione non è, si deve dire che basta il buon senso di un bambino di 10 anni per rendersi conto dell’assurdità. Una concentrazione adoperata in omeopatia è quella detta 12c che corrisponde a 1024. Per rendere più evidente la proporzione Von Baeyer propone un esempio noto come il “Teorema dell’ultimo respiro di Cesare”. Se consideriamo che l’ultimo respiro di Cesare abbia avuto il volume di un’espirazione media e che si sia distribuito uniformemente nell’atmosfera terrestre attraverso gli anni, considerato che il volume dell’atmosfera corrisponde alla capacità dei nostri polmoni per dieci alla ventiquattresima, dobbiamo dedurre che ad ogni inspirazione inaliamo una molecola dell’ultimo respiro di Cesare[28].
E’ proprio difficile credere alla buona fede di operatori di omeopatia che si siano soffermati solo per qualche istante con attenzione sugli strumenti che impiegano. Ma deve fare ancor più riflettere il fatto che i trials per testare la validità dell’omeopatia sono un affare dell’800 quando, fra gli altri, se ne occupò James Young Simpson (1853)[29], divenuto famoso per aver introdotto l’uso del cloroformio come anestetico generale. Già allora si dimostrò che si trattava di una grande impostura[30] ed ora nel terzo millennio siamo ancora alle prese con i fantasmi di una follia molto redditizia. Infatti, se ci stupisce l’esempio del respiro di Cesare, che diremo del fatto che i rimedi più impiegati sono contrassegnati come 30c ovvero 1060? In un articolo redazionale su Medical Press del 1879 dal titolo “Omeopatia Impazzita” a proposito della diluizione 30c si faceva questo esempio: “l’equivalente di un granello di sale in una quantità di diluente tale che basterebbe a riempire diecimila miliardi di globi, ciascuno tanto grande da contenere l’intero sistema solare”[31].

Il caso Benveniste, è esemplare in tutti gli aspetti di una vicenda che si trascina dalla metà del XIX secolo: l’impostura, il consenso in buona e cattiva fede di ignoranti ed interessati, lo smascheramento e, poi, l’oblio di quest’ultimo. Se dobbiamo notare cosa è cambiato, non possiamo esimerci dal fare un rilievo negativo che, però, non deve indurci al pessimismo. Questo rilievo consiste nel notare la crescente contaminazione della Medicina contemporanea con pratiche non scientifiche ed anacronistiche. Il problema è di proporzioni epocali e richiederebbe un approfondimento ed uno studio a sé, vogliamo solo accennare ad alcune delle cause che ci sembrano più evidenti, proponendole alla riflessione e al dibattito:

1.      La mancanza di una formazione scientifica realmente concettuale e critica.
2.      La passività come atteggiamento mentale in molti modelli sociali e culturali.
3.      L’indebolimento o la perdita di collegamento fra valori ideali e valori personali.
4.      La fiducia cieca ed acritica in ciò che si afferma sul mercato.
5.      La perdita di responsabilità sociale e culturale dei professionisti di alta qualificazione.
6.      L’estensione del paradigma politico-giornalistico alla gestione di ogni forma di sapere.
7.      La mercificazione della cultura.
8.      La perdita di un sistema di valori morali alti cui ancorare la deontologia professionale.

Si potrebbe continuare ancora per molto, ma ci fermiamo qui in attesa delle prossime occasioni di discussione e dibattito sull’argomento, che rimarrà sempre attuale per noi di BRAIN MIND & LIFE, fino a quando ci saranno omeopati e ci saremo noi, per rispetto della verità che è sempre rispetto di tutti.

Filippo Rucellai, Rita Cadoni e Giuseppe Perrella – BM&L
Questo post è stato tratto dal sito di "BRAIN MIND & LIFE Società Nazionale di Neuroscienze BM&L Italia, Fondata nel 2003".

13 commenti:

talligalli blog ha detto...

bellissima analisi se lo leggessero anche quelli che credono all'omeopatia...

masdeca ha detto...

@talli
Sono molto sensibile nei confronti di questo argomento.
Ha tutti i requisiti di un complotto, se ci pensi, ma nessuno dei cialtroni che pensano soltanto al NWO ed alle scie chimiche ne parla.
Come mai? Come ti spieghi questo silenzio?
Forse sono davvero marionette del potere, e vogliono invece fare passare noi per "pagati" e "servi".
Riflettere...

Elena (quella del 3D epico) ha detto...

Scusa, la legge di Avogadro come l'hai esposta tu non mi torna.Mi sembra che il nuomero di molecole in un cm cubo dipenda dal peso molecolare della sostanza di cui si parla e che il numero di Avogadro indichi il numero di molecole in una MOLE, quantià che, appunto, varia da sostanza a sostanza, ma magari ricordo sbagliato. Comunque il tuo discorso fila perfettamente.

masdeca ha detto...

@Elena
Scusa, non vorrei sembrare scortese, ma non ho scritto io il post, come indicato alla fine dello stesso.
La questione della mole è esatta, anche a mio parere.
Nell'articolo di BM&L anche secondo me non è spiegata benissimo la questione "Avogadro".
Non essendo nessuno per correggere un post scritto da altri, mi sono limitato a copiaincollare.
L'importante è comunque lo svolgimento dei fatti, attorno alla vicenda.
Un clamoroso tentativo di frode, e una possibile complicità della Boiron a condire il tutto.
Senza parlare di James "Deus Ex Machina" Randi che salva con stratgemmi degni di Holmes le chiappe di Maddox.:D

(LeFou!) ha detto...

Bell'articolo. Grazie.

frankbat ha detto...

@Elena, complimenti per aver notato l'errore. Questo e' quello che trovi su Wiki per "numero di Avogadro": "Corrisponde al numero di atomi o molecole necessario a formare una massa pari numericamente al peso atomico o al peso molecolare in grammi rispettivamente della sostanza."
Quindi il peso molecolare centra,e tu ricordi bene.
Mi associo al fatto che, errore o meno, il discorso di masdeca fila, ed il post e' MOLTO ben scritto.
Complimenti a masdeca per aver fatto un riassunto perfetto (e implacabile) della tentata truffa dei ciarlatani (posso definirli cosi'?) dell'omeopatia!

masdeca ha detto...

Di nuovo ragazzi, ho solo dato risalto ad un articolo che giace nei meandri di BM&L...
Non datemi meriti che non ho...
In fondo all'articolo ci sono i riconoscimenti.
Grazie comunque per aver apprezzato il post.:)

The Foe-Hammer ha detto...

Mi sa che una malattia che l'omeopatia sia in grado di curare, perlomeno i sintomi, c'è ed è l'ipocondria :)
Forse molti medici la prescrivono solo ai loro pazienti ipocondriaci, in fondo può placare l'ossessione di questi ultimi di ricevere a tutti i costi una cura ...

talligalli blog ha detto...

@masdeca

eh chissa' che tu non abbia ragione... comincio a pensarlo anche io

Elena (quella del 3D epico) ha detto...

Sono convinta anch'io che l'omeopatia sia molto utile con gli ipocondriaci, soprattutto quelli veramente gravi che, se il medico si rifiuta di prescrivere farmaci a chili si ingozzano di farmaci da banco, erbe e anche farmaci prescritti ad altri. In attesa di sistemargli la testa, ammesso di riuscirci, il medico ottiene un grosso vantaggio, utilizzando i farmaci omeopatici: il paziente sta oggettivamente molto meglio, perché smette di avere i pesantissimi effetti collaterali dei farmaci presi a cavolo.

masdeca ha detto...

@Foe-Hammer e Elena
Sono d'accordo con voi, infatti di per se non riterrei l'omeopatia un problema.
E' l'uso inverecondo che ne viene fatto a schifarmi.
:)

Charles ha detto...

Ho una domanda per voi:
quando ti consigliano un "farmaco" omeopatico in FARMACIA e' perche':
* sono ignoranti
* pensano che tu non abbia niente e quindi il "farmaco"omeopatico ti fara' stare meglio (di testa) senza effetti collaterali
* perche il loro obiettivo essenzialmente e' venderti qualcosa
?
grazie.
Quando mia moglie e' tornata a casa con un "farmaco" omeopatico per la tosse di mia figlia (1 anno) che gli avevano consigliato in farmacia, ho pensato: "fantastico ora la finirai di preoccuparti oltremisura per la sua tosse!!"

masdeca ha detto...

@Charles LOL:)
Io propendo per gli ultimi due punti, usati singolarmente o in mix letale, a seconda di chi è il farmacista. Il farmacista è infatti, mediamente, un commerciante. Non voglio pensare invece possa esistere un farmacista così ignorante da rientrare nella categoria del primo punto e quindi "credere" nell'omeopazzia. Non voglio farlo, perché un farmacista deve passare degli esami di chimica per laurearsi.. per cui... aaah non mi ci far pensare!
:)