martedì 22 marzo 2011

A TU PER TU CON L'NF-104A: CHUCK YEAGER ED IL VOLO AD ALTA QUOTA

NF-104A


"[...]Stavo volando a oltre Mach 2 quando accesi il razzo di coda, che aveva una spinta di 2.700 chilogrammi e bruciava una miscela per aviogetti di acqua ossigenata e cherosene. Stavo salendo con un ripido angolo di settanta gradi, e superavo fischiettando i 18.000 metri, quando il post-bruciatore si spense per la mancanza di ossigeno.
Fin qui tutto previsto.
Avevo poi stabilito di entrare in una leggera picchiata per consentire alle palette del motore, azionate dal flusso dell'aria, di girare e di raggiungere un numero di giri sufficiente a consentirne la riaccensione nell'atmosfera più densa delle quote inferiori, a 12.000 metri circa. Cosi spensi il motore e lasciai che il razzo mi portasse alla quota massima. Dovevo controllare la temperatura dell'ugello di scarico, perché anche a motore spento si sarebbe riscaldato a causa dell'angolo di salita particolarmente elevato.
Raggiunsi la quota massima di 31.200 metri.
L 'aereo completò la sua lunga traiettoria ad arco, quindi prese a cadere. Ma appena l'angolo d'incidenza raggiunse i ventotto gradi, ecco il pitch-up (1). Era già successo durante il volo del mattino, e per interrompere il fenomeno avevo usato i piccoli razzi direzionali del muso (2) spingendo quest'ultimo in giù senza alcun problema.
Ora, invece, quei maledetti razzi non ebbero nessun effetto.
Continuai a lasciare aperti gli sfiatatoi dell'acqua ossigenata, consumandola tutta nel tentativo di abbassare il muso, ma fu inutile. Quel maledetto muso restava puntato in alto, finché l'aereo cadde di piatto ed entro in vite. Scendevo in vite come un disco su un fonografo; ma non potevo picchiare leggermente per far scorrere l'aria attraverso la turbina del motore, e il numero dei giri per minuto andava riducendosi al minimo.
Mancava la pressione idraulica fornita dal motore, avendolo io rallentato, finché andò in bloccò a diecimila metri circa.
Avevo ormai perduto ogni speranza.
Più tardi avremmo appreso dal registratore di volo che prima di schiantarsi nel deserto l'aereo aveva compiuto quattordici giri di vite piatta da 31.200 metri.
Rimasi a bordo per tredici giri, poi tirai la maniglia d'espulsione. Detestavo perdere un velivolo tanto costoso, ma non avevo alternative. Tirata la maniglia d'espulsione, la mia tuta pressurizzata si gonfiò e la carica del razzo posta sotto il seggiolino sparò verso l'alto me e lui a centocinquanta chilometri all'ora. Un congegno automatico mi slacciò la cintura di sicurezza e contemporaneamente sganciò dal seggiolino l'anello del paracadute. Un 'altra piccola carica mi scaraventò fuori dal seggiolino. Cominciai a cadere accelerando; rotolavo a testa in giù verso terra quando vidi quel maledetto seggiolino che rotolava accanto a me impigliandosi nelle funi del paracadute. La carica del razzo aveva appiccato un piccolo incendio allo schienale, che bruciava ancora e che a sua volta stava appiccando il fuoco alle funi.
Cristo, proprio cosi.
Il paracadute si aprì con uno scrollone ma io sudavo freddo, avevo paura che le funi si fossero completamente bruciate. Aprendosi, il paracadute si liberò del seggiolino e io tirai il fiato, ma subito ricevetti un colpo in faccia. Mi aveva colpito il tubo di scarico arroventato del razzo.
Persi le forze e il coraggio.
Il colpo fu cosi forte che non riuscivo più a connettere ne a capire che cosa stesse succedendo. Mi fu strappato via il frontale del casco e vidi le stelle. Improvvisamente, un ruggito. Il materiale incendiato del sedile aveva dato fuoco alla guarnizione di gomma del casco che, a contatto con l'ossigeno puro, divampò come una torcia. Avevo la testa avvolta dalle fiamme e dal fumo. Non potevo respirare. Non riuscivo a vedere dall'occhio sinistro, colpito dal seggiolino. Stavo morendo asfissiato dal fumo, e boccheggiavo per riuscire a respirare. Infilai la mano nel casco attraverso l'apertura in cui una volta si trovava il frontale, cercando di raccogliere l'aria per respirarla. La mano guantata prese fuoco. Pensai: "Un bel modo di crepare!" Ero ancora collegato alla bomboletta d'ossigeno d'emergenza, che alimentava le fiamme. D'istinto alzai la visiera di quello che restava del mio casco, provocando automaticamente la chiusura dell'ossigeno. Ero molto vicino a terra e dal casco uscivano ancora fiamme, fumo e morchia. Sbattei duramente contro il terreno. Sentivo Andy che mi sorvolava a bassa quota, e al secondo passaggio riuscii a fargli segno col braccio. Poi mi alzai e mi tolsi l'imbracatura del paracadute, liberandomi dalle funi bruciacchiate con le mani nude. Spinsi i pulsanti di rilascio del collare che collegava la tuta pressurizzata al casco, e facendolo ruotare me lo tolsi.
E’ letteralmente impossibile raggiungere e sganciare da soli quei nottolini;
come diavolo ci sia riuscito, ancora non lo so.
Ricordo di aver guardato il casco con l 'unico occhio buono che mi restava e mi sembrò di essere di nuovo in guerra(3). Era coperto di sangue, bruciato e pesto. Stavo lì in piedi nel deserto, intontito, il casco agganciato sotto il braccio, la mano che mi faceva tanto male da sentirmi svenire. La faccia, invece, non mi doleva. Vidi correre verso di me un giovane; ero caduto a un paio di chilometri dalla strada numero sei, che collega Bishop col Mojave, e quel ragazzo mi aveva visto atterrare col paracadute, aveva fermato il camioncino e era venuto a offrire aiuto. Mi guardò e si girò dall'altra parte.
La mia faccia sembrava carne carbonizzata.
Gli domandai se avesse un coltello.
Tirò fuori un temperino, apri la lama e me lo porse. Gli spiegai: "Devo fare qualcosa alla mano. Non resisto oltre. Usai il temperino per tagliare il guanto foderato di gomma, ma vennero via anche due dita bruciate.
Il ragazzo vomitò.
Poi arrivò l'elicottero. Ricordo che gli infermieri mi corsero incontro. Domandai: "Potete fare qualcosa per la mia mano? Mi sembra di morire". Mi fecero un'iniezione di morfina attraverso la tuta pressurizzata. Non potevano togliermi la tuta perché dovevano aprire la lampo per tutta la lunghezza, poi dovevo fare
passare la testa fuori dal collare metallico ad anello, ma la mia faccia era in condizioni talmente penose che non ne ebbero il coraggio. In ospedale, fecero intervenire i pompieri per tentare di tagliare il collare con le cesoie. Finché mi venne in mente una cosa: "Cercate la sega, è nella tasca destra della mia tuta".
Era una piccola sega a nastro che terminava con due anelli; la portavo sempre con me anche durante le gite in montagna, e in men che non si dica tagliarono quel collare. Sotto l'effetto della morfina, cominciai ad assopirmi, solo a metà consapevole della presenza di Glennis, ma Stan Bear, il medico della base, continuava a scuotermi per tenermi sveglio. Stava sondando attraverso il sangue disseccato sopra l'occhio sinistro, dove mi ero fatto un taglio profondo. Il sangue era stato per cosi dire vetrificato dal calore dell'incendio e Doc continuava a frugarci dentro, chiedendomi se riuscissi a veder qualcosa.
Dissi di no.
Lo sentii mormorare: "Cristo, temo che lo abbia perso". Ma improvvisamente vidi un raggio di luce attraverso un forellino. Avvertii subito Doc, che sorrise: "Il sangue disseccato ti ha salvato la vista, amico".
Finalmente mi diede il permesso di svenire.
Mi misero una flebo; il giorno dopo ero cosi intontito che caddi addormentato nel bel mezzo di una frase mentre tentavo di raccontare al generale Branch che cosa mi fosse successo. Vennero a trovarmi Glennis, Andy, Bob Hoover e il pilota collaudatore Tony Le Vier, ma io si e no me ne rendevo conto. Continuavano a somministrarmi analgesici. Passarono vari giorni prima che mi accorgessi di quanto ero mal ridotto. La faccia era gonfia come un melone e abbrustolita da quella specie di fiamma ossidrica.
Il vecchio Stan Bear venne a sedersi accanto a me.
"Bene, Chuck, ho da darti qualche buona notizia e qualche altra cattiva. Cominciamo con le buone: i polmoni non hanno subito danni permanenti e anche l'occhio sembra star bene. Io, però, dovrò farti male, tanto quanto non ne hai mai provato in tutta la vita, per impedire che tu rimanga sfigurato per sempre.
E dovrò farlo ogni quattro giorni".
Rimasi all'ospedale un mese e ogni quattro giorni Doc mi grattava via la crosta che si stava formando, partendo dal centro della faccia e del collo. Era una nuova tecnica messa a punto per evitare che si formassero orribili cicatrici incrociate mentre la pelle cresceva sotto la crosta.
Funzionò benissimo.
Mi sono rimaste soltanto poche cicatrici sul collo, ma la faccia è guarita ed è rimasta perfettamente liscia. Tuttavia non avevo mai provato un dolore simile. Alla fine di tutto, però, avevo perduto soltanto la punta di due dita: tutto sommato, un prezzo abbastanza equo.[...]

(da "Vivere per volare" ed. Longanesi)

Dedicato ovviamente a chi ha fatto della sua vita un esempio di cialtronaggine, inutilità e codardia.

(1) Era un fenomeno normale nell'F104, il pitch-up.
Era dovuto alla posizione del piano di coda rispetto alle ali.
Ad una certa velocità, e con un certo angolo di attacco (superiore ai 20°), le ali mettevano "in ombra" il piano di coda che diveniva inservibile, provocando quello che viene chiamato un "superstallo". Se riscontrato al decollo, il pitch-up aveva come unica soluzione l'espulsione del pilota. ndr
(2) Questo modello di F-104 era dotato di RCS (Reaction Control System, una serie di ugelli posti nel muso e nelle estremità alari, molto simili a quelli usati dal LEM nelle missioni Apollo), che ne facilitava il controllo alle alte quote. ndr
(3)  Chuck Yeager fu pilota di P-51 durante la seconda guerra mondiale, e venne abbattuto sopra la Francia. ndr

lunedì 21 marzo 2011

JOHN PAUL STAPP



Il colonnello J.Stapp, negli anni 40/50, mise a repentaglio la sua vita per rendere più sicuri i suoi uomini durante la fase di eiezione in volo.
E' stato infatti il precursore dei moderni manichini da crash test.
Ha sottoposto il suo corpo alle più incredibili forze di accelerazione e decelerazione, raggiungendo infine l'impressionante cifra di 47G.
Ossia di 47 volte il suo peso.
Durante la sua carriera di crash test dummy riportò la frattura delle estremità e delle costole, il distacco parziale della retina, e altri traumi vari.
Dobbiamo molto a quest'uomo, che è stato uno dei fautori della comparsa sulle auto di un famoso e fondamentale dispositivo di salvaguardia del corpo umano: le cinture di sicurezza. Chi ha avuto un incidente ed è salvo grazie ad esse, deve in parte la sua sopravvivenza quindi a quest'uomo.
Verso la fine del video si può vedere forse la sua più spericolata avventura: una corsa su rotaia all'impressionante velocità di 632mph (1.017 km/h).
Il primato importante non sta tanto nella velocità raggiunta (che lo portò comunque ad essere per lungo tempo l'uomo più veloce sulla terra) quanto alla frenata, eseguita in meno di due secondi.
La decelerazione conseguitane comportò l'esposizione del suo corpo all'impressionante dato di 43G, la stessa sollecitazione che un corpo umano subisce schiantandosi contro un muro a 70mph (113 km/h) provocando il sanguinamento dei suoi occhi a causa dell'esplosione dei capillari e la temporanea cecità.
Per diverse volte viaggiò (sempre con lo scopo di sperimentare l'estensione dei limiti umani) sul suo aereo sprovvisto di cupolino a velocità superiori a 900 km/h senza alcuna protezione, non riportando alcun trauma.
Era diventato famoso anche per i suoi aforismi dei quali teneva un aggiornato diario (ne pubblicò una raccolta nel '92) uno dei quali recita: "L'universale attitudine dell'uomo all'inettitudine, rende ogni sua realizzazione un miracolo incredibile". E' stato anche probabilmente il divulgatore primo della legge di Murphy, maggiore dell'esercito con il quale spesso si trovò a lavorare.
Nonostante la sua vita ai limiti, mori alla veneranda età di 89 anni nel 1999.

Fonte Wikipedia.
Dedicato ovviamente a chi ha fatto della sua vita un esempio di cialtronaggine, inutilità e codardia.

giovedì 21 ottobre 2010

RIFLESSIONE: ENERGIA PULITA, AUTO A IDROGENO E AUTO ELETTRICA

http://hof.povray.org/images/14b.jpg
Ricostruzione del famoso incidente del dirigibile Hindenburg.
Qualche giorno fa un amico ha sostenuto di fronte a diverse persone che l'idrogeno sarà il futuro dei trasporti. Ha affermato che scindere "l'idrogeno dall'ossigeno" (sic) comporti un impiego energetico irrilevante e che il successivo problema dello stoccaggio sia inesistente visto che puoi produrlo direttamente sulla tua auto con un sistema semplicissimo (che ovviamente non mi ha saputo spiegare) e che infine tutto questo ci salverebbe dalla soggiacenza alle multinazionali del petrolio. Io come sempre, passando per il rompiballe di turno, mi sono sentito in dovere di dire la mia, smontando, o meglio, distruggendo, la sua tesi. Il tutto condito dalle risate di chi mi credeva esagerato o di chi invece aveva capito con chi avevo a che fare:
Il solito esaltato ecologista che adatta le leggi della fisica in modo che aderiscano alle sue strampalate teorie, teorie sicuramente lette nel libro o blog di qualche furbo venditore di aria fritta.

Magari qualcuno di voi (pochi mi sa) si chiederà che cosa gli abbia risposto.
Bene, questo è pressappoco il ragionamento che gli ho esposto.

Tutto parte dal principio di base per cui produrre idrogeno richieda una quantità di energia superiore a quella che l'idrogeno come vettore energetico può poi restituire.
Per chiarire meglio il concetto: Da 1 unità di energia richiesta per la produzione si ottengono 0,8 unità di energia sotto forma di idrogeno. Quello 0,2 a casa mia si chiama SPRECO.
A questo punto bisogna considerare che circa il 97% dell'idrogeno prodotto sul pianeta deriva dal reforming di gas come il metano, o da derivati del petrolio stesso, e che durante suddetta produzione si sviluppano una gran quantità di CO2 che all'effetto serra e al clima non fanno certo bene.
Inoltre come si sarà certamente notato ho parlato di metano, che è un idrocarburo, in mano ai suddetti giganti petroliferi.

Quindi anche se ci liberassimo della benzina o del gasolio non ci libereremmo certo dalla schiavitù del petrolio.

Se invece si parla della produzione di idrogeno per elettrolisi... beh allora c'è un altro grosso problema... anche questa richiede più energia di quanta poi l'idrogeno scaturito possa in seguito fornirne ed occupa solo il 3% rimanente della produzione mondiale. Lo stesso problema sussiste anche per gli altri tipi di ottenimenti: gassificazione del carbone, dall'ossidazione o dalla produzione in laboratorio (reazione degli acidi con metalli, come lo zinco).

Nemmeno sul problema dello stoccaggio aveva secondo me ragione. I serbatoi costruiti saranno anche molto sicuri, ma vi è un problema che molti non considerano. Chi ha un auto a metano saprà già forse dove voglio arrivare. Infatti i veicoli ad idrogeno, trasportando un gas molto più infiammabile di quelli finora usati come carburante ha enormi limitazioni dal punto di vista della sicurezza. L'auto, come già accade con i veicoli alimentati a metano non potrebbe sostare nei parcheggi sotterranei, nel garage di casa, non potrebbe nemmeno viaggiare su di un traghetto, e addio vacanze in auto in Sardegna. Il mio amico a questo punto afferma quindi che si potrebbe fabbricare l'idrogeno direttamente sull'auto... ma anche qui c'è un problema secondo me, perché dovremmo girare tutti con dietro un carrello appendice. Produrre l'idrogeno sufficiente a spostare un veicolo richiederebbe qualcosa delle dimensioni di un armadio o forse più. Se qualcuno che legge si occupa o si intende di saldatura a cannello come me, saprà che ora si usa sempre più spesso l'idrogeno invece della miscela ossiacetilenica. Non si usano serbatoi (che sarebbero tremendamente costosi) ma una macchina che produce l'idrogeno all'istante... Vi assicuro che è una bestia non indifferente, e alimenta UN solo cannello alla volta, ma è evidente che l'idrogeno che produce non sposterebbe mai una macchina... al massimo un motorino...

Per finire ci sono anche altri problemi. Visto che l'idrogeno non fornisce tanta energia quanta ne serve per crearlo, con cosa fai funzionare il generatore di idrogeno a bordo? Con un altro generatore a benzina/gasolio? Sarebbe il colmo. Con un pack di batterie tipo EV (veicolo elettrico)?
Siamo al paradosso, i pesi da spostare sarebbero davvero inadeguati senza contare che all'energia persa (lo 0,2 che dicevamo prima) per fabbricare l'idrogeno dovresti sommare quella persa per caricare le batterie.
Si perché a proposito di batterie, vi dico anche un'altra cosa. C'è un altro problema che è la dispersione energetica che si ha nel caricarle.
Tu ci metti dentro 100 e loro ti danno indietro 80-90-95 ma mai 100. Quel 20% (di media, tra dispersione e calo fisiologico della batteria mentre l'auto è ferma) è secondo me un prezzo impagabile, perché si chiama anch'esso SPRECO. Anzi peggio perché tutti quei differenziali energetici negativi come minimo li hai pagati con più emissioni di CO2 o scorie radioattive (se parli di nucleare) di quelle prodotte adesso con l'uso dei combustibili fossili. Ci sarebbe solo la magra consolazione del decentramento degli agenti inquinanti rispetto ai centri abitativi. Ma a livello globale e di clima, non cambierebbe una virgola. Quel 20% poi è un problema soprattutto se lo moltiplichi per i milioni di veicoli che ci ritroveremmo con questo sistema.
E poi, ad ogni modo, anche se creassero una batteria con un calo fisiologico bassissimo o inesistente, alla fine della sua vita da qualche parte andrebbe poi messa. E non so poi cosa sarebbe più difficile da smaltire se i container di scorie radioattive, o miliardi di batterie da seppellire.
Idem se si trovasse un modo per produrre idrogeno a costo energetico zero, ci si rende conto di che immensi costi ci si troverebbe ad affrontare per mettere in sicurezza un parco auto e relativi distributori? Meglio non pensarci nemmeno.

Io credo che siamo messi molto male, il problema energetico è più che alle porte, è già in casa, e le prospettive delineate fin'ora sembrano solo un palliativo. Non vedo una grande speranza all'orizzonte, salvo per quella data dal team di ITER, ricercatori di tutto il mondo che sembrano avere trovato il modo di ottenere energia pulita e "quasi" illimitata tramite la FUSIONE nucleare in confinamento magnetico. Ma i tempi sono relativamente lunghini, parliamo di 15/20 anni per la prima centrale dimostrativa. E intanto il "peak oil" è dietro l'angolo.

Staremo a vedere...